Soldi&Sport: come spenderli bene e come facciamo in Italia – parte 1

Centoquarantamila euro. Ecco quanto vale, almeno per il Coni, un oro olimpico. Sì perché, come avrete già letto un po’ ovunque, questo è il premio che il nostro Comitato Olimpico ha deciso di corrispondere ai campioni di Londra (75mila euro per l’argento, 50mila per il bronzo). Cifra, è stato subito sottolineato, che rimane invariata rispetto a Pechino. Ma cifra che, ugualmente, è la più alta al mondo, a eccezione di qualche folcloristica, irrealistica e – consentitemelo – ridicola stravaganza orientale e/o dell’Europa dell’est. Davanti a noi, infatti, solo un non meglio identificato uomo d’affari armeno che ha promesso 700mila euro per un titolo olimpico, i 640mila offerti dall’Azerbaijan e i 575mila messi sul piatto da Singapore per rincorrere un risultato mai raggiunto prima.

I paesi con cui l’Italia deve confrontarsi – con tutto il rispetto per Armenia, Azerbaijan e Singapore – dove sono? Molto dietro. La Russia dei petroldollari ha promesso 100mila euro a ogni titolo, la Spagna 94mila, l’Iran 80mila e via a scendere. Addirittura il gigante cinese è passato dai 100mila euro corrisposti a ogni oro pechinese a “soli” 41mila, in linea con le cifre francesi, mentre Austria e Germania sono fermi a 16mila, gli Stati Uniti a 19mila e la Gran Bretagna ha addirittura deciso di non dare un bel niente ai propri campioni. Si dovranno accontentare dell’onore di festeggiare in casa e magari di una stretta di mano della Regina con annesso titolo di baronetto. Anche se poi in realtà gli ori inglesi hanno percepito 12mila euro a testa dalla Royal Mail come compenso sui diritti d’immagine visto che ogni olimpionico britannico il giorno dopo la sua vittoria si è trovato stampato sui francobolli di Sua Maestà.

È vero che in alcune di queste nazioni i premi sono esentasse, mentre quelli italiani sono tassati con l’aliquota del 42%, ma la cifra italiana rimane comunque la più alta. Soprattutto se si pensa che i già ristretti premi statunitensi sono tassati non una ma due volte. Gli atleti a stelle e strisce, infatti, appena tornati a casa hanno dovuto pagare una tassa anche sul valore reale del metallo delle medaglie olimpiche: 236 dollari per l’oro, 135 per l’argento e 2 “presidenti morti” per il bronzo. Ma a rendere ancora più paradossale e tragicomica la situazione italiana è l’altra faccia della medaglia dei premi superlussuosi. Vale a dire quel misero 0,2% del Pil che lo Stato italiano spende per servizi sportivi e ricreazionali. Una vergogna che, secondo i dati forniti dalla Commissione europea e riferiti al 2010 (e dubito che nel frattempo la situazione sia migliorata, anzi…), ci piazza al terzultimo posto in Europa, davanti solo a Malta e Bulgaria. Guidano la classifica Olanda e Slovenia, che spendono percentualmente tre volte e mezzo l’Italia, mentre la Germania è lo stato europeo che investe più in valore assoluto nello sport, seguito da Inghilterra e Spagna.

In Italia, insomma, invece di investire in tecnici e infrastrutture, permettendo agli atleti di prepararsi al meglio per i grandi appuntamenti ma anche “producendo” talenti e ricambio generazionale, si mette semplicemente una “carota” davanti a quelli che – per meriti e spesso anche con soldi propri (o dei corpi militari e/o dei pochi sponsor personali) – sono già arrivati a toccare con mano il sogno di Olimpia. Come se un atleta che va ai Giochi Olimpici non desse già di suo il 101% ma avesse bisogno di uno stimolo economico per farlo. Risultato? Un esempio su tutti: si mormora che Stefano Cerioni, ct del fioretto azzurro che “qualcosina” sembra abbia riportato da Londra, sia diretto in Russia. Mentre Giulio Tomassini, maestro di Valentina Vezzali, dovrebbe finire a un’altra diretta concorrente, ovvero la Francia. E come loro tanti altri, per una lista lunghissima. Perché va bene la passione e l’amor di patria, ma i professionisti poi non possono mettere sulla tavola passione e amor di patria.

Appuntamento a domani per la seconda e ultima parte dell’articolo.

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