C’era una volta una Champions marchiata di tricolore

La disperazione di Maicosuel dopo aver sbagliato il “cucchiaio” (foto Valter Parisotto/Lapresse)

Italiani: popolo di santi, poeti e, a vedere gli ultimi Giochi Olimpici, schermidori o tiratori. Di sicuro, però, non calciatori. O meglio: sicuramente non proprietari e/o manager di squadre di calcio di altissimo livello. I fatti sono sotto gli occhi di tutti. I soldi per il calcio nel Belpaese sono totalmente “finiti” – nell’accezione possibile per un “giochino” che smuove centinaia di milioni di euro ogni anno – e anche chi li ha non è detto che abbia più voglia di spenderli su 11 ragazzi che prendono a calci un pallone. Ecco allora che la serie A, fino a non molti anni fa il miglior campionato europeo, annaspa alla rincorsa di troppe leghe straniere e i nostri club rimediano in Europa figure sempre più patetiche. Il 2003, quando il Milan vinse la finale tutta italiana di Champions League con la Juventus dopo aver eliminato in semifinale i cugini dell’Inter, sembra lontano ere geologiche e non nove anni.

Martedì l’ultimo fallimento, che oltre all’ennesimo boccone difficile da mandare giù ha riscritto – in negativo, ça va sans dire – anche i libri di storia del calcio italiano. Il cucchiaio scellerato che Maicosuel ha recapitato docile tra le braccia di Beto, mandando il Braga ai gironi di Champions League e relegando ancora l’Udinese in Europa League, non solo ha mandato in fumo in un attimo 9 milioni di euro per i friulani – di certo non bruscolini, soprattutto di questi tempi – ma ha segnato anche la prima volta dalla stagione ‘98/’99 in cui l’Italia si presenterà al primo turno della massima competizione europea per club con due sole rappresentanti.

In realtà, però, sarebbe più corretto dire sue sole squadre ai gironi per la prima volta nella storia. Nel ‘98/’99, infatti, l’Italia qualificava in Champions League solo due squadre. E tutte e due presero parte ai gironi. Juventus e Inter furono infatti entrambe eliminate dal Manchester United – rispettivamente in semifinale e nei quarti – prima che i Red Devils di Ferguson sollevassero al Camp Nou la “Coppa dalle grandi orecchie” in una delle più incredibili finali di sempre. Il Bayern Monaco era passato in vantaggio al 5’ e stava quasi già festeggiando ma Teddy Sheringam e Ole Gunnar Solskjær ribaltarono il punteggio in pieno recupero, tra il 91’ e il 92’. Ma era un’altra Champions, la seconda – e ultima – dall’allargamento dell’anno precedente in cui alle prime 8 nazioni del ranking Uefa – tra cui ovviamente anche l’Italia – era concesso di iscrivere due squadre e non una.

Nel ’99/2000 la Champions cresce ancora e l’Italia, in virtù del suo ranking, può iscrivere tre squadre: Milan, Lazio e Fiorentina. Tutte e tre partecipano alla fase a gironi con il Milan che si ferma subito, affondato all’Ali Sami Yen di Istanbul dal Galatasaray. La Viola finisce la sua corsa nella seconda fase a gironi – grossomodo equivalente agli odierni ottavi di finale – mentre la Lazio si ferma ai quarti. Nuovo ampliamento nel 2000/2001, con l’Italia che ha diritto a quattro squadre nella massima competizione europea. Nei primi due anni dell’ulteriore allargamento il contingente italiano perde subito pezzi, con Inter – incredibilmente cancellata dall’Europa che conta dall’Helsingborgs – e Parma che alzano bandiera bianca ai preliminari.

Poi lo storico 2002/2003 delle tre semifinaliste su quattro (con la Roma che esce alla seconda fase a gironi) ma più in generale una striscia di otto anni in cui l’Italia – con la sola eccezione del miracoloso Chievo del 2006/2007 – porta per 7 volte il massimo contingente nella fase a gironi. Ma le crepe si iniziano già a vedere. Dal 2007/2008 le squadre fanno grandissima fatica ad andare avanti nel torneo, con gli ottavi di finale che diventano delle gigantesche “colonne d’Ercole”. Nelle ultime cinque edizioni, infatti, su venti occasioni solo in tre casi vengono superati. Riescono nell’“impresa” la Roma (quarti di finale nel ‘07/’08), l’Inter (vittoria ‘09/’10) e il Milan (quarti di finale nella scorsa stagione).

Come se non bastasse da tre anni a questa parte la truppa azzurra è sempre decimata nei preliminari: prima la Sampdoria e poi, per due volte consecutive, l’Udinese dei miracoli di Guidolin che il patron Pozzo sistematicamente smonta e indebolisce nel calciomercato estivo. Tre stop che il calcio italiano non subiva, in pratica, da dieci anni a questa parte se si esclude la particolare comparsata clivense. I risultati sempre peggiori si fanno sentire a ogni livello, incluso il ranking Uefa della nazione, quello che assegna i posti nella varie competizioni europee. La sconfitta del Napoli con il Villareal nel marzo 2011 sancisce l’inevitabile: la Germania scavalca l’Italia al terzo posto del ranking (dietro le imprendibili Spagna e Inghilterra) conquistando la quarta squadra in Champions League a discapito del nostro paese. Da questa edizione, quindi, l’Italia si deve accontentare di tre formazioni iscritte. E deve guardarsi più alle proprie spalle, con Francia e Portogallo che premono, piuttosto che davanti. Per fortuna il “gradino” successivo, quello che equivale al 7° posto della classifica e che vuol dire due sole squadre iscritte alla Champions League, è ancora a distanza di sicurezza.

Ma questo non vuol dire che il calcio italiano non stia andando letteralmente a rotoli. Ma rotola in basso e non dentro la rete. E così quest’anno, per la prima volta nella storia dall’allargamento a più di due squadre per nazione, solo due formazioni del Belpaese prenderanno parte alla fase a gironi. Italiani: popolo di santi, poeti e navigatori. Ma non di dirigenti calcistici.

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