Quando si ferma la corsa: c’erano una volta due ragazzi…

A sinistra il calciatore Donato Bergamini, a destra l’atleta statunitense Bob Hayes

Due sportivi, diversi tra loro eppure con una cosa in comune. E non parliamo dello sport, o almeno non solo, ma di una data più o meno triste:  il 18 settembre.

Proprio oggi, 10 anni fa, se ne andava per sempre Robert Lee ‘Bob’ Hayes. Lo chiamavano ‘bullet Bob’, perché non si poteva che paragonarlo a un proiettile, data la sua velocità. Un campione unico e “doppio” al tempo stesso. Sì, perché Bob Hayes è l’unico sportivo ad aver vinto un titolo olimpico e un Super Bowl, massimo trofeo del football americano.

Nato a Jacksonville, in Florida, nel 1942, Bob ha un fisico eccezionale e inizia da subito a fare sport: all’High School pratica il football, suo sport preferito, ma i risultati migliori li ottiene nell’atletica. Muscoli fuori dalla norma gli permettono di battere ogni record a livello giovanile, poi l’esplosione alle Olimpiadi di Tokyo del 1964. Non ancora ventiduenne, Bob vince la medaglia d’oro con record del mondo sia nei 100 metri (con 10”06) sia nella staffetta 4×100 (39”06). Il suo strapotere atletico è evidente se si considerano i tempi e la facilità di recupero rispetto agli avversari nella seconda parte delle gare. Nei 100 parte male (caratteristica che lo accomuna a Usain Bolt, suo emulo contemporaneo), ma poi vince facile, arrivando al traguardo 2 decimi prima del cubano Figuerola. Nella staffetta si supera e soprattutto supera tutti: prende il testimone dal compagno di squadra a metà gruppo e dopo qualche metro mette il turbo e umilia Polonia e Francia con ben 3 decimi di vantaggio a fine gara. Un autentico trionfo, un extraterrestre, che potete ammirare nel video che segue:

Grazie alle Olimpiadi diventa famoso e può coronare il suo sogno: lascia l’atletica e passa al football americano. Dopo di lui tanti fuoriclasse hanno pensato di poter fare la differenza in un altro sport. Michael Jordan smise di illuminare i parquet del basket Nba per tentare la via del baseball: quando capì che sarebbe stato un’inutile mascotte acchiappasoldi tornò sotto canestro. Anche Valentino Rossi ha provato qualche giro di pista con la Ferrari e partecipato a numerose gare di rally, ma non ha mai mollato le due ruote. Negli ultimi tempi si è parlato di Bolt e della sua attrazione per il calcio: Ferguson gli offrirà la maglia del Manchester United per un’amichevole, i soldi delle pubblicità non mancheranno, ma nulla di più.

Bob Hayes invece si dimostrò un grande anche nel football: dieci anni da protagonista nei Dallas Cowboys con la ciliegina sulla torta del trionfo nel Super Bowl il 16 gennaio del 1972. Chiusa la carriera a San Francisco 3 anni più tardi, non fu troppo felice nei suoi anni da ex sportivo: il suo vizio, la sua condanna, fu l’alcool. Era stanco, dopo tanta corsa, non aveva gioia di vivere. Si spense, per il mix letale di un cancro alla prostata con complicazioni al fegato, il 18 settembre del 2002 nella natìa Jacksonville.

Lo stesso giorno di 50 anni fa ad Argenta, comune in provincia di Ferrara a 7.959 chilometri di distanza da casa Hayes, nasceva un calciatore. Nulla di straordinario, sia chiaro, niente di paragonabile ad Hayes. Donato Bergamini, per gli amici Denis, amava passare la vita correndo dietro a un pallone. Meno veloce del lontano Bob, certo, ma con due piedi niente male. Dopo qualche anno nell’Interregionale nella sua Emilia Romagna, partì alla conquista di Cosenza. E in pochissimo tempo conquistò il posto da titolare, la promozione in Serie B e soprattutto il cuore dei tifosi.

Bergamini domina il centrocampo dei calabresi e nell’estate del 1989 riceve offerte anche dalla Serie A. Ma per la società è incedibile e così non si muove. Non si muoverà più da Cosenza. Il 18 novembre dello stesso anno viene trovato morto sulla strada statale 106 jonica, nei pressi di Roseto Capo Spulico.

Si parla di suicidio, ma ci credono in pochi. Forse Bergamini paga il fatto di aver lasciato la sua fidanzata, Isabella Internò. Un delitto d’onore insomma, perpetrato da qualche familiare della ragazza. Ma Isabella parla di un Denis triste e depresso, che scende dalla loro auto e si getta sotto un camion. L’autista del mezzo conferma la versione e sostiene di aver trascinato il corpo per circa 60 metri, tempo necessario per fermarsi. Qualcuno tira fuori storie di droga, poco concrete per chi conosce quella che per tutti era una bravissima persona.

Tutto concluso insomma. Ma i dubbi sono tanti: sembra che il giocatore sia stato prelevato da un cinema poche ore prima del misfatto, e sembra anche che avesse già comprato i biglietti per le vacanze di Natale. Poi, il 29 giugno del 2011, la procura di Castrovillari riapre le indagini per omicidio volontario. Come appare evidente dalle perizie, Bergamini era già morto quando è stato investito. Orologio e catenina erano intatti al ritrovamento del cadavere: impossibile se fosse finito sotto un automezzo in corsa. In più, la vera causa della morte sarebbe stata il dissanguamento dovuto a ferite in varie parti del corpo. Denis sarebbe stato addirittura evirato. Tipico gesto di condanna nei delitti d’onore. Nessun suicidio, come detto inizialmente, perché a differenza di Hayes Bergamini amava la vita. Mentre attendiamo la verità, a quasi 23 anni dalla morte, auguriamo comunque a Denis ‘buon compleanno’ per questi suoi 50 anni, che lui avrebbe di certo voluto vivere, come dice lui stesso nell’ultima parte di questo video:

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