Da Jarno Saarinen ad Andrea Antonelli, i tanti piloti morti in pista

Marco Simoncelli (sx) e Andrea Antonelli: gli ultimi due motociclisti italiani a morire in gare iridate (elaborazione grafica Pensieri di Sport ©)

Marco Simoncelli (sx) e Andrea Antonelli: gli ultimi due motociclisti italiani a morire in gare iridate (elaborazione grafica Pensieri di Sport ©)

In principio fu Ben Drinkwater, il 9 giugno 1949 durante la gara del mitico Tourist Trophy dell’Isola di Man, all’epoca facente parte del neonato Motomondiale. L’ultimo di una lista per nulla invidiata e che nessuno vorrebbe tenere o, ancora peggio, farvi parte, è stato ieri Andrea Antonelli, impegnato a Mosca nella gara del Mondiale Supersport.

Stiamo parlando, come ormai tutti avrete capito, dei motociclisti morti in gara o a causa di ferite subite durante una competizione. Una lista infinita, perché tante sono le gare che ogni week-end fanno scendere in pista, in ogni angolo del mondo, una quantità incredibile di centauri, impegnati a inseguire un obiettivo, o semplicemente un sogno. E per quanto la sicurezza in pista abbia fatto passi in avanti, il motociclismo è e sarà sempre uno sport pericoloso, con il rischio insito nella sua stessa natura e mai completamente cancellabile.

E la lista nera si allunga tristemente. Dal 1949, anno dell’introduzione del Mondiale, sono ben 45 i piloti morti nella serie iridata. Campioni del mondo, ottimi piloti o “semplici” figuranti non fa differenza, il dramma in pista è sempre dietro l’angolo e non ha rispetto di nessuno, figurarsi di classifiche e affini. Successe così anche alle 15.31 del 20 marzo 1973, il giorno in cui il grande pubblico conobbe la morte in pista. A Monza si correva il Gran Premio d’Italia e una paurosa caduta poco dopo il via portò via in un solo colpo il 28enne finlandese Jarno Saarinen, campione del mondo in carica, e il 35enne pesarese Renzo Pasolini. Di questi 45, oltre a Pasolini, altri 12 sono italiani: Dario Ambrosini, Gianni Leoni, Santi Geminiani, Ercole Frigerio, Roberto Colombo, Adolfo Covi, Gilberto Parlotti, Paolo Tordi, Otello Buscherini, Giovanni Ziggiotto e Sauro Pazzaglia. Era il 1981, data dell’ultima vittima italiana. Trenta anni più tardi, in quel maledetto 23 ottobre 2011 a Sepang (Malesia), Marco Simoncelli riaprì la ferita e allungò la lista.

Era passato poco più di un anno dall’ultima vittima, il giapponese Shoya Tomizawa, perito nel 2010 a Misano Adriatico. Giapponese come Daijiro Kato, a cui oggi è intitolata la via che porta all’ingresso del Misano World Circuit Marco Simoncelli. Corsi e ricorsi di una storia di dolore, che in quei 7 anni tra il fatale 2003 di Kato e il 2010 di Tomizawa aveva fatto pensare che, forse, il pegno da pagare al Dio delle Corse era finito.

Ma no, non era così. Non era così anche perché, pur rimanendo a livello iridato, se nel Motomondiale non si versava più sangue ecco che accadeva nel Mondiale Superbike – il mondiale delle derivate dalla serie inaugurato nel 1988 – e nelle sue categorie minori. In Supersport, la stessa classe di Antonelli, nel ’98 perde la vita il belga Michael Paquay a Monza mentre nel 2008 tocca, a Brands Hatch, all’inglese Craig Jones, con dinamica sostanzialmente identica a quella dello sfortunato 25enne di Castiglione del Lago. Sullo stesso tracciato inglese, ma in Superbike, nel ’97 era scomparso lo scozzese Graeme Ritchie, mentre due anni prima il giapponese Yasutomo Nagai aveva perso la vita ad Assen durante la gara 2 ella classe regina tra le derivate. Nel 2012, infine, il 17enne australiano Oscar McIntyre muore durante la gara della Superstock 600 sul circuito di casa di Phillip Island.

Ogni volta, puntuali, si alzano polemiche su quello che si poteva e doveva fare e non si è fatto. Ogni volta si cercano spiegazioni e colpevoli. È successo anche ieri per Antonelli, con il circuito russo allagato e condizioni al limite – se non forse oltre – della sicurezza per via della scarsa visibilità. Chiacchiere inutili, però, perché quel che conta è quella lista che continua ad allungarsi mentre parallelamente la vita di un giovane pilota si interrompe, troppo presto, mentre è all’inseguimento dei propri sogni. La verità è che tutti i piloti conoscono quella lista e sperano di non entrarvi mai a farne parte, ma accettano il rischio ogni volta che si chiudono la visiera e girano la manopola del gas. Un rischio intrinseco in uno sport che, per via della velocità, non può esserne esente. Ma anche uno sport che gli ha permesso di inseguire i propri sogni, andandosene da eroi mentre cercavano di agguantarli a tutti velocità.

E, ne siamo certi, da qualche parte tutti i piloti di quella lista continuano a darsi battaglia a colpi di gas e sorpassi. Per cui ciao Andrea. Salutaci il Sic, salutaci Jarno e tutti gli altri e continuate a fare quello che vi piaceva più di ogni altra cosa, tanto da accettare il rischio di lasciarci troppo presto.

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