Muhammad Ali, vola via la farfalla che non morirà mai

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Tutto Muhammad Alì in una foto, la più famosa di tutte. Quella della sua seconda vittoria su Sonny Liston, quando, convinto di non averlo colpito così forte, lo incita con rabbia a rialzarsi. (Photo by John Rooney/AP)

Lo chiamavano The Greatest, perché era il più grande di tutti, nella boxe e forse in tutto lo sport. Fino al punto di dirselo da solo. Ma non era immodestia, era solo onestà. Cassius Marcellus Clay Jr., che poi ha cambiato nome in Muhammad Ali, si è spento nella notte a Phoenix, in Arizona. Aveva 74 anni. 27166 giorni di vita per un mito che non morirà mai davvero.

Troppo ci sarebbe da scrivere su chi ha già ispirato libri e film. Noi, con la massima umiltà possibile, possiamo iniziare da qualcuna delle sue imprese nel pugilato. A partire da Roma, che nell’estate del 1960 vide per la prima volta trionfare il diciottenne Cassius Marcellus, ancora dilettante. Alle Olimpiadi si aggiudicò infatti la medaglia d’oro. Poi passò al professionismo e nel 1964 divenne campione dei pesi massimi, con la vittoria sul detentore Sonny Liston. L’indomani cambiò nome e si convertì alla fede islamica.

E’ stato il primo a conquistare per ben tre volte il titolo mondiale dei massimi. In 21 anni di carriera ha preso parte a 61 combattimenti, vincendone 56. 37 i suoi trionfi per ko (i migliori li trovate nel video in fondo all’articolo). E ha vinto addirittura 31 match consecutivi. Per 6 volte i suoi incontri sono stati dichiarati negli Usa “Match of the year”.

Infinita, insomma, la lista di numeri e di onorificenze. Ma Ali non è stato solo un grande sul ring, è stato soprattutto un simbolo per la seconda metà del novecento. Antirazzista, anticonformista, antitetico rispetto a quello che era il ruolo dei neri in America fino agli anni ’60 del secolo scorso. Fu il primo sportivo in senso globale, il più famoso. Mai nessuno, prima di lui, aveva saputo gestire così perfettamente fama e media.

Tra le sue molte frasi (o quelle su di lui) rimaste nella storia ci piace ricordarne alcune.

Dopo la revoca del titolo dei pesi massimi per aver rifiutato di arruolarsi nell’esercito e andare a combattere in Vietnam, rispose: “Nessun vietnamita mi ha mai chiamato negro”.

Di sé stesso, tra serio e faceto, disse: “Dove trovate un altro pugile che scrive poesie, predice le vittorie, batte tutti, fa ridere, fa piangere, ed è alto e supercarino come me?”.

E poi, nel 1974, prima dello storico match di Kinshasa che lo vide prevalere su George Foreman, a chi lo criticava sostenendo non fosse più al top della forma, rispose: “Sono così veloce che l’altra notte ho spento la luce nella mia stanza d’hotel ed ero già nel letto prima che fosse diventato buio”.

Per chiudere, una sua descrizione da parte di un connazionale, di colore come lui, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama: “L’uomo che crede che il vero successo arriva quando ci rialziamo dopo essere caduti”.

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