Soldi&Sport: come spenderli bene e come facciamo in Italia – parte 2

Qui trovate la prima parte dell’articolo, pubblicata ieri. Quella che segue è la seconda parte.

Veloce salto di là dell’oceano, negli Stati Uniti che come al solito hanno vinto il medagliere. Va da sé che l’Italia non può e non deve fare la corsa sugli atleti a stelle e strisce, se non altro per le diversissime dimensioni del bacino da cui attingere, ma potrebbe e dovrebbe imparare qualcosa dal loro sistema sportivo-scolastico. In Usa il governo federale spende una cifra irrisoria per lo sport, quasi nulla. Eppure nel 2011 le 227 università pubbliche (su 345 totali) che compongono la Division I dell’NCAA – il livello più alto della National Collegiate Athletic Association, l’istituzione che gestisce lo sport universitario – hanno speso 6,7 miliardi di dollari per lo sport. Ripeto: quasi 7 miliardi di dollari per lo sport (borse di studio sportive, attrezzature, staff, strutture, ecc.) nelle 224 università pubbliche più importanti, che al cambio fanno quasi 5 miliardi e mezzo di euro. Più di un quinto della manovra da lacrime e sangue stilata dal premier Monti.

Considerando che sono solo due, dei tanti sport praticati a livello collegiale, a produrre utili per i relativi dipartimenti atletici (football e basket maschile, che infatti vengono anche chiamati “revenue sports”), non sorprende che quasi il 90% delle 227 università già citate presentino bilanci in rosso per l’ambito sportivo. Eppure nessuno pensa minimamente a ridurre le spese, anzi. Nel 2011 gli introiti totali sono cresciuti di 190 milioni di dollari a fronte di un aumento delle spese di 267 milioni. Chi copre il rosso? Le università stesse, che allocano allo sport soldi che non gli sono stati specificamente destinati, i singoli Stati e le donazioni di facoltosi sostenitori dei college, quasi sempre ex alunni. Perché tutti capiscono l’importanza dello sport in una società. A differenza dell’Italia, a quanto pare.

Da noi preferiamo mettere la carota davanti a un coniglio che non ne ha bisogno, buttando così le poche risorse a disposizione. E anche abbassare le aspettative a ogni edizione olimpica – le 35 medaglie e gli oltre 10 ori del periodo ’92-2000 sono un lontano ricordo – per poi riempirsi la bocca della necessità di ristrutturare il nostro sistema di promozione sportiva. Salvo, ovviamente, non fare mai nulla.

Negli Stati Uniti (e non solo), invece, muovono le mani (e le risorse) e raccolgono i dividendi. Quarant’anni fa esatti, nel 1972, in Usa la pratica sportiva femminile era quasi pari a zero. Allora il Congresso approvò il cosiddetto “Title IX”, una porzione dell’Emendamento sull’educazione secondo cui nessuno poteva essere escluso o discriminato per via del proprio sesso da programmi educativi che ricevessero assistenza finanziaria federale. Tutte le università furono così “costrette” a implementare squadre, programmi e borse di studio sportive “in gonnella”. Quarant’anni dopo la maggior parte del bottino olimpico a stelle e strisce è colorato di rosa: 29 ori su 46 e 58 medaglie sulle 107 totali della spedizione statunitense. Un bottino che, se considerato in solitaria, avrebbe fatto chiudere le donne statunitensi al quarto posto del medagliere londinese, dietro per pochi “spiccioli” (3 argenti e 4 bronzi, ndr) alla super-Gran Bretagna padrona di casa e davanti alla Russia.

Non è un caso, allora, che Missy Franklin, il baby-fenomeno del nuoto statunitense che a Londra ha portato a casa quattro ori e un bronzo a 17 anni, sia pronta a rinunciare a milioni di dollari di sponsorizzazioni (non permesse agli atleti collegiali che devono essere dilettanti per essere eleggibili a partecipare, ndr) per poter vivere “l’esperienza del college” e competere al livello Ncaa. Ve la immaginate una Melissa Franchini che rinuncia a 3-4-5 milioni di euro l’anno per andare all’università e partecipare ai campionati universitari? No, non ve la immaginate. Non potete, da noi è impossibile. E i risultati si vedono.

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