30 anni senza Garrincha, la stella del dribbling

Garrincha, il campione brasiliano scomparso il 20 gennaio del 1983

Garrincha, il campione brasiliano scomparso il 20 gennaio del 1983

Alegria do Povo. Gioia del Popolo. Si possono fare grandi cose nella vita, ma riuscire ad essere soprannominati in modo simile è qualcosa di grandioso. Garrincha, uno dei più grandi campioni della storia del calcio, brillò fino a tal punto. Per poi spegnersi, in triste solitudine, esattamente 30 anni fa, il 20 gennaio del 1983.

Manoel Francisco Dos Santos nacque a Pau Grande, piccola cittadina della regione di Rio de Janeiro, il 28 ottobre del 1933. Sin dalla nascista e per tutta la sua vita fu affetto da numerosi problemi fisici e difetti congeniti: la gamba sinistra più corta della destra di sei centimetri, la spina dorsale deformata, il bacino slogato e un leggero strabismo. Malnutrizione giovanile e la poliomielite solo alcune delle cause, ma il verdetto dei medici fu unanime: Manoel, detto Mané, era invalido e gli fu sconsigliato di continuare a giocare a pallone a qualsiasi livello. Garrincha era infatti un piccolo passero molto diffuse dalle sue parti, che zompettava proprio come lui sull’erba.

Eppure il giovanotto impressionò gli osservatori del Botafogo, squadra di Rio e tra le principali del paese, che divenne così quella della sua vita. Tra il 1953 e il 1965 Garrincha con la maglia a strisce bianconere collezionò 325 presenze e 102 reti. Da sommare alle 50 presenze, condite da 12 gol, con l’amatissima maglia del Brasile. Numeri elevati, ma che non possono lontanamente far comprendere la sua grandezza. La sua, in Brasile, ha raggiunto il livello di un’autentica figura mitologica. E non solo nella sua terra natale: ancora oggi Garrincha è da molti considerato la più grande ala destra di sempre. Da Bruno Conti a Beckham, nessuno si è mai avvicinato alla sua magia. Una cosa è certa: nessuno ha mai inventato dribbling come lui, erano la sua specialità, un modo di irridere l’avversario, di dimostrare la sua qualità. Chissà, forse perché giocare a calcio era la sola cosa che sapeva fare, lui che ai test di intelligenza dello staff della Nazionale totalizzò 38 punti, in un punteggio da 0 a 123. Quasi un idiota, come scrisse la stampa dell’epoca. Nella sua relazione, si diceva che aveva “la psiche di un bambino di quattro anni, non ha l’intelligenza per fare l’autista d’omnibus”. E infatti Garrincha sapeva illuminare il campo di pallone, quasi una genialità distaccata dalla mente.

Su di lui sono stati scritti libri, girati film e documentari, perché era qualcosa che andava oltre il campo di pallone. Nel 1962, all’apice della sua carriera, fu protagonista di “Garrincha, Alegria do Povo”, una pellicola in bianco e nero di 58 minuti diretta da Joaquim Pedro de Andrade. È stato il primo documentario realizzato su uno sportivo in Brasile, poi riproiettato in versione restaurata alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2006.

Era quasi un bambino, per la mente e per i modi. Al termine della finale vinta in Svezia ai Mondiali del ’58, chiese ingenuo: “Non capisco perché tutti piangono, non abbiamo vinto noi?”. Quattro anni più tardi, eroe e capocannoniere del Mondiale cileno, un giornale titolò: “Da che pianeta viene Garrincha?”.

Era un uomo eccezionale, ma non nel significato positivo del termine: egli era letteralmente un’eccezione. Non si faceva problemi di nulla. Beveva, e tanto. Saltò numerose partite perché trovato ubriaco, data la sue enorme passione per la cachaca, nota bevanda alcolica brasiliana. Ebbe tante, tantissime donne. Addirittura 14 i figli, e parliamo solo di quelli ufficialmente riconosciuti. Di questi, uno nacque in Svezia dopo che, al termine di una partita amichevole, passò la notte a casa di una cameriera del posto.

Un uomo capace di tutto questo, di trascinare i verdeoro alla vittoria dei primi due allori e di affermare, allo stesso tempo, che il momento più emozionante della sua carriera era stato invece la sua partita di addio al calcio, giocata nel 1973 con una squadra di vecchie glorie chiamata “Milionarios”. L’ultima partita della sua vita, una vita di alcool e dribbling, la giocò la notte del 20 gennaio di trenta anni fa. Solo, nell’ospedale di Rio de Janeiro, distrutto da bevute e stanchezza. Rendiamo onore a Garrincha, innamorato del pallone e campione dimenticato. Noi vogliamo ricordarlo così, con questo video che mostra, almeno in parte, la sua classe.

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