L’intervista a Pietro Piller Cottrer: “Non so ancora cosa farò da grande”

Pietro Piller Cottrer, sul podio, festeggia l'argento olimpico vinto il 15 febbraio 2010 a Vancouver nella 15 km a tecnica libera (Photo FRANCK FIFE/AFP/Getty Images)

Pietro Piller Cottrer festeggia l’argento olimpico vinto il 15 febbraio 2010 a Vancouver nella 15 km a tecnica libera (Photo FRANCK FIFE/AFP/Getty Images)

Un vero campione, sulla neve e con le parole. Pietro Piller Cottrer, protagonista dello sci di fondo degli ultimi venti anni, si è ritirato la scorsa settimana. Noi di Pensieri di Sport lo abbiamo già celebrato, ma vi avevamo promesso qualcosa in più. Pietro ci ha concesso infatti una simpatica intervista, che anzi definiremmo una semplice chiacchierata. Sulla sua vita sportiva, ma non solo. Buona lettura!

Pensieri di Sport: Pietro, due mesi fa sembravi nel pieno di una seconda giovinezza e invece ora è arrivato il ritiro. Solo colpa del ginocchio?
Pietro Piller Cottrer: Sì, perché quando arrivi a 38 anni e subisci un infortunio duro come il mio al ginocchio destro poi non è semplice ripartire.

Peccato, ha interrotto la tua rincorsa no?
Sì, avrei voluto partecipare al decimo mondiale e alla quinta olimpiade. Non ne avevo fatto mistero, era il mio obiettivo.

E ora che progetti hai, farai compagnia al tuo ex compagno di squadra Silvio Fauner (dal 2006 direttore tecnico del fondo azzurro)?
Vediamo, mi sono già messo a disposizione del Consiglio Federale. Ma dipende da loro, non da me. In caso, però, so che la neve cadrà anche senza Pietro Piller in pista o a bordo pista. Insomma, diciamo che non so ancora quello che farò da grande…

Partiamo dal picco della tua carriera, il trionfo nella staffetta a Torino 2006, arrivato dopo la sfortuna della rimonta subita nella 30 km. Che ricordi hai?
Di sicuro positivi. Non mi sento di parlare di dolori in quella olimpiade. Ovvio che una volta che ci si presenta per primi sul rettilineo finale la speranza è di vincere. Però fui terzo, mentre a Giorgio (Di Centa, Nda) andò peggio e rimase senza medaglia. Però, se ci pensate, poi lui vinse la 50 km e insieme l’oro nella staffetta.

Un’altra curiosità sul tuo passato: la vittoria della 50 km di Holmenkollen nel 1997. È vera la storia della cena con il Re di Norvegia?
No, purtroppo no. Gli strinsi la mano, come ogni vincitore. Ma poi tornai subito in Italia. Sono dispiaciuto per non aver festeggiato alla grande in Norvegia, ma anche felice di averlo fatto a casa mia, con la mia gente.

Hai mai pensato di fare biathlon invece che fondo?
Sì, e quando ero un ragazzo infatti facevo entrambi. Ero stato persino convocato per i campionati italiani in entrambe le specialità. Ma ci fu un veto da parte di mia madre per le assenze scolastiche e ho dovuto fare una scelta. Rimane però la curiosità di quel che avrei potuto fare, anche perché sono sempre stato un gran pattinatore e lì le gare si fanno quasi del tutto in pattinato.

Cosa pensi del Tour de Ski e delle continue innovazioni nello sci di fondo, con gare sempre meno a intervalli ma decise spesso da rush finali per velocisti?
Non critico il Tour de Ski, io mi sento un traghettatore di questo sport. Ho avuto la fortuna di vivere tre diverse generazioni, a partire da quella ‘vecchia’, in cui vinsi appunto a Holmenkollen, con le partenze a cronometro. Per me è un piccolo vanto, poiché all’epoca il giro era di 25 km: uno sci eroico, in cui a metà gara dovevi scegliere se arrenderti o tirare fino alla fine. Con gli anni ci sono state tante modifiche, fino allo sci moderno di oggi, dove ormai domina la spettacolarità.

Hai avuto un rivale più difficile da battere? E uno più simpatico, in gara e fuori?
Me la sono vista con tanti colleghi, tanta gente brava. Per fare due nomi: lo svedese Sodergren e Lukas Bauer, con il quale ho stretto un’amicizia forte anche per la condivisione di tante gioie e dolori.

Una bestia nera?
Lasciamo stare. Tante, anche chi mi batteva spesso per pochi decimi (ride Nda).

Idoli da bambino?
Due su tutti: Gunde Svan, svedese dominatore negli anni ’80, e il grande De Zolt, che vive a 10 chilometri da me e si è sempre allenato a Sappada. In generale adoro lo sport di fatica: ho sempre ammirato Haile Gebrselassie (grande fondista di atletica leggera Nda).

Ah, ma allora segui anche qualche altro sport.
No, è diverso, li seguo proprio tutti. Mi piace lo sport in generale.

Quali sport segui in particolare?
Beh, ovviamente il calcio. Tifo Juventus. E poi gli sport americani.

Per chi tifi oltreoceano?
Nel football i New England Patriots, che ebbi la fortuna di veder vincere un Super Bowl nel 2002 mentre ero a Salt Lake City per le Olimpiadi.

E nel basket? Attento, che il nostro sito è unito nel tifo in Nba.
I Lakers, chi altri?

Sei salvo, risposta esatta. Che pensi di questa stagione dei gialloblù di LA?
Eh, è dura, sono un po’ in crisi. Speriamo che Kobe guidi al meglio i nuovi acquisti e si arrivi in qualche modo ai play off. Poi lì ce la giochiamo con tutti.

Un’ultima battuta prima di chiudere. Sei cattolico?
Sì, perché?

Beh, il tuo ritiro non è stato il più importante quest’anno….
Certo, Benedetto XVI. Beh, ti racconto un aneddoto. Qualche giorno fa mi hanno intervistato gli amici di Sky Sport. Ero ancora indeciso se ritirarmi o meno, ma sfruttando i miei vestiti di quel giorno gli risposi: “Non so cosa farò, però io sono vestito tutto in bianco, da poco si è dimesso il Papa, fate voi no?”.

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